A volte non sono “semplici” capricci

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Quando un bambino reagisce con rifiuto, rabbia o paura intensa in una situazione apparentemente innocua, è facile pensare che si tratti di un “capriccio”. Tuttavia, dietro questi comportamenti può nascondersi qualcosa di molto più complesso: un ricordo doloroso rimasto bloccato nella memoria.

Questa dinamica è particolarmente evidente nei bambini con disturbi del neurosviluppo che possono avere difficoltà a elaborare e contestualizzare le esperienze negative. Tuttavia, il fenomeno può verificarsi in chiunque, influenzando il modo in cui affrontiamo determinate situazioni.

Vediamo nel dettaglio come il cervello immagazzina le esperienze negative, perché alcuni ricordi restano intrappolati e come si può intervenire per sbloccarli.

1. Come si forma la memoria del dolore?

Quando viviamo un’esperienza negativa, entrano in gioco diversi sistemi nel cervello:

• Amigdala → Registra l’intensità emotiva dell’evento (paura, ansia, stress).

• Ippocampo → Memorizza il contesto e i dettagli (dove eri, chi c’era, cosa è successo).

• Corteccia prefrontale → Normalmente aiuta a razionalizzare il ricordo e a ridurne l’impatto emotivo nel tempo, ma se l’esperienza è troppo intensa, può non riuscirci.

Se l’evento è molto stressante o traumatico, il cervello lo immagazzina come un “alert permanente”. In altre parole, ogni volta che si incontra qualcosa che assomiglia a quell’evento, si attiva automaticamente una risposta di paura o ansia.

2. Perché alcuni ricordi di dolore restano bloccati?

Alcuni ricordi negativi non vengono integrati correttamente nella memoria normale, ma restano “vivi”, quasi come se l’evento stesse accadendo di nuovo. Questo può succedere per diversi motivi:

A. Sovrastimolazione dell’amigdala

Se un’esperienza negativa è molto intensa, l’amigdala può diventare iperattiva e impedire all’ippocampo di elaborarla come un ricordo “normale”. Di conseguenza:

• Il cervello continua a trattare quel ricordo come una minaccia presente, anche se appartiene al passato.

• Il ricordo viene rievocato automaticamente in situazioni simili, generando paura e ansia anche senza un pericolo reale.

B. Blocco dell’elaborazione emotiva

Se il bambino (o l’adulto) non riesce a elaborare l’evento emotivamente, la memoria può rimanere intrappolata in una sorta di “loop” mentale. Questo capita spesso nei bambini autistici, che possono avere difficoltà a verbalizzare o comprendere pienamente le proprie emozioni.

C. Associazioni sensoriali molto forti

Nei bambini con autismo o con alta sensibilità sensoriale, un’esperienza negativa può essere legata a stimoli specifici (suoni, odori, colori, texture). Questo fa sì che:

• Anche un piccolo dettaglio (es. il suono di un certo tipo di motore) possa riattivare la memoria del dolore.

• L’ansia si generalizzi a molte situazioni simili, creando un effetto a catena.

D. Memoria implicita e difficoltà di generalizzazione

Nei bambini piccoli (soprattutto autistici), la memoria può essere più implicita che esplicita. Questo significa che ricordano le emozioni e le sensazioni senza necessariamente ricordare l’evento in modo narrativo.

Esempio:

Un bambino che è stato morso da un cane potrebbe non ricordare esattamente l’evento, ma reagire con terrore ogni volta che vede un cane, anche piccolo o innocuo.

3. Cosa succede quando un ricordo doloroso viene riattivato?

Quando il cervello riconosce qualcosa di simile all’evento originale, si attiva automaticamente la risposta di stress:

1. Il corpo rilascia cortisolo e adrenalina → aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, prontezza alla fuga o alla difesa.

2. La corteccia prefrontale si spegne → la persona fatica a pensare razionalmente e a calmarsi.

3. Il cervello si focalizza sul pericolo → difficile distrarsi o cambiare prospettiva.

Questa reazione può essere intensa e difficile da controllare, soprattutto nei bambini che non hanno ancora sviluppato strategie di gestione delle emozioni.

Anche se è difficile eliminare completamente un ricordo doloroso, ci sono strategie per ridurne l’impatto:

4. Come si può “sbloccare” un ricordo del dolore?

A. Desensibilizzazione graduale

• Esporre il bambino in modo progressivo a situazioni simili, ma in un contesto positivo e sicuro.

• Ad esempio, se un bambino ha paura degli ospedali, iniziare con immagini, poi una visita breve senza procedure mediche, fino a esperienze più dirette.

B. Tecniche di regolazione emotiva

• Respiro profondo e rilassamento muscolare → riduce la risposta di stress.

• Strategie sensoriali personalizzate → come oggetti di conforto, rumori bianchi o pressione profonda (es. un abbraccio contenitivo).

C. Rielaborazione della memoria

• Usare il gioco simbolico o le storie sociali per far rivivere l’esperienza in un modo più gestibile.

• Creare una narrazione alternativa che riduca l’intensità emotiva dell’evento.

D. Tecniche cognitive

• Aiutare il bambino a distinguere passato e presente (“Quella cosa è successa, ma ora sei al sicuro”).

• Usare il reframing per cambiare la percezione dell’evento.

Cos’è il Reframing?

Il reframing è una tecnica cognitiva che permette di cambiare la prospettiva con cui si guarda a un’esperienza negativa. Non significa negare l’accaduto, ma modificarne l’interpretazione per renderlo meno doloroso o spaventoso.

Esempi di reframing:

• Un bambino che ha vissuto una brutta esperienza con un insegnante può essere aiutato a capire che non tutti gli insegnanti sono così, e che nel frattempo ha imparato a difendersi meglio.

• Un evento che sembrava una “sconfitta” può essere visto come un’opportunità di crescita.

Conclusione

Quando un’esperienza negativa rimane bloccata nella memoria del dolore, è perché il cervello la tratta ancora come una minaccia presente. Questo succede più facilmente nei bambini autistici o ipersensibili, a causa della loro difficoltà nell’elaborare e contestualizzare le emozioni.

Tuttavia, con strategie adeguate, è possibile ridurre la paura associata al ricordo e aiutare la persona a reagire in modo più sereno nelle situazioni future. Tecniche come la desensibilizzazione graduale e il reframing possono fare la differenza nel trasformare un’esperienza dolorosa in un’opportunità di crescita e superamento.

Artcolo a cura della Dott.ssa Maria Signorile